La mostra di Torino sui rifugiati palestinesi

Michael Sfaradi
Michael SfaradiGiornalista, Scrittore & Reporter di guerra
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Antisemitismo

La mostra di Torino sui rifugiati palestinesi

Antisemitismo
Michael Sfaradi
Michael SfaradiGiornalista, Scrittore & Reporter di guerra

Non sono molte le testate giornalistiche che si sono interessate alla mostra allestita nel museo di corso Valdocco a Torino dove si celebra la memoria dei rifugiati palestinesi. La mostra, come sempre accade quando si tratta di medioriente e soprattutto del conflitto fra Israele e palestinesi, ha sollevato un polverone di polemiche e sia negli articoli che nelle recensioni è stato fatto notare quanto questa sia parziale nel riportare fatti e situazioni dove i palestinesi sono sempre “vittime” dello stato ebraico.

Oltre a biasimare la costruzione del muro in Cisgiordania, senza spiegare il motivo della sua costruzione e i benefici che ha portato nel salvare vite umane, non è mancato il falso storico sulla strage di Sabra e Shatila, falso storico subito corretto con le scuse sul giornale ONLINE Lo Spiffero, diretto da Bruno Babando la mostra viene descritta in questo modo:… immagini messe a disposizione dall’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, la stessa che, secondo alcune fonti giornalistiche, avrebbe offerto ospitalità nelle proprie scuole di Gaza ad alcuni centri di stoccaggio dei missili di Hamas danno una visione faziosa della realtà storica del conflitto ‘Il Foglio’ di Giuliano Ferrara, invece, sottolinea come siano raffigurate, in un video a flusso continuo, le principali capitali mondiali con sullo sfondo il “muro” d’Israele in Cisgiordania senza che sia dato alcun riferimento ai motivi che hanno spinto lo stato ebraico a costruire quel muro.

Anche Stefano Magni su l’Intraprendente prende di mira la mostra e la descrive in questo modo: Si presenta la storia in modo fazioso, unilaterale, ma è la falsificazione sistematica della storia che preoccupa.  Chi contribuisce a creare questo doppiopesismo anche nell’antisemitismo è anche il Museo della Resistenza di Torino che ospita una mostra su Israele, sul conflitto israelo-palestinese, in modo a dir poco unilaterale. Nelle foto presentate, nelle storie raccontate, i palestinesi sono solo vittime, gli israeliani solo persecutori. Persino un muro (quello costruito in Cisgiordania da Israele per proteggersi dalle continue infiltrazioni dei terroristi) appare come un qualcosa di «aggressivo», che «distrugge la continuità territoriale». Come se il paesaggio e la libertà di movimento fossero più importanti dei mille e più civili uccisi nell’Intifadah dei kamikaze, la stessa che il muro contribuì a frenare.

Per capire meglio la questione ho personalmente contattato sia il presidente della Comunità Ebraica Torinese, l’amico Beppe Segré, che il portavoce del Sindaco di Torino il Dott. Giovanni Giovannetti. Al presidente Segré ho chiesto innanzitutto come mai questo ‘terremoto’ giornalistico dietro una mostra che, tra l’altro, era già passata per Roma e che approdava in un museo che vede fra gli sponsor proprio la Comunità Ebraica torinese. Il presidente Segré mi ha confermato che tutto è partito dalla didascalia poi sostituita, ma che da lì ci si è resi poi conto che la mostra stessa era decisamente sbilanciata. C’è stata sicuramente una mancanza di controllo e ancora si sta verificando se ciò che è esposto a Torino sia veramente la stessa esposizione che a Roma non ha destato questo scalpore o se ci siano state delle aggiunte che hanno calcato la mano contro lo Stato di Israele superando i limiti dell’accettabile. Mi ha confermato poi che il consiglio della comunità dopo averne discusso sta preparando una lettera dove si chiede la chiusura o almeno una rivisitazione di ciò che è esposto al fine di non far scadere un momento di riflessione in una diffamazione. Ho poi sentito al telefono il portavoce del Sindaco di Torino il Dott. Giovannetti, ho promesso di non rivelare il contenuto della telefonata ma posso dire che, anche se non mi piacciono le interviste per iscritto, alla fine eravamo rimasti d’accordo che avrei spedito le mie domande tramite e-mail e che lui mi avrebbe risposto in tempo per poter chiudere il pezzo.

1) Come mi diceva il Presidente Segré, e che mi è stato poi confermato da colleghi di Torino, le polemiche di stampa sono cominciate con la didascalia ma sono poi proseguite proprio sul tenore della mostra, anche lei crede che magari doveva essere effettuato un controllo più attento su ciò che di fatto è stato poi esposto?

“Credo che la miccia delle polemiche sia stata innescata da una didascalia ad una foto per la strage di Sabra e Shatila sicuramente sbagliata, tanto che gli organizzatori della mostra, a cura dell’Agenzia delle Nazioni Unite Unrwa, l’hanno subito ritirata e offerto le loro scuse. E non c’è dubbio che l’errore commesso è stato grave e quella svista imperdonabile”.

2) È prevedibile che purtroppo ci saranno strascichi di polemiche, secondo lei mostre di questo tipo possono davvero aiutare chi cerca una soluzione a questo scontro che sembra senza fine? e in caso di risposta negativa come bisognerebbe agire per trovare punti di incontro?

“Nel caso la sua domanda si riferisca allo scontro polemico tra opinioni, dei sostenitori di una parte e dell’altra, sulle ragioni e sui torti dei palestinesi e degli israeliani, non sta a me esprimere giudizi. Se, più in generale, si riferisce al conflitto di rivendicazioni legittime dei popoli di Israele e Palestina sulla necessità di due Stati e di una pacifica convivenza tra di essi, nel rispetto e nella sicurezza reciproci, non c’è dubbio che è l’intera comunità internazionale a dover esercitare ogni pressione e ogni sforzo per il raggiungimento di un accordo di pace che da troppo tempo viene predicato e non realizzato”.

3) Crede che la municipalità di Torino sia d’accordo nell’organizzare un’altra mostra o un evento dove rappresentanti della politica o della cultura israeliana possano dare le loro risposte e spiegare il loro punto di vista sulle problematiche messe alla ribalta dalla mostra di questi giorni?

“La Municipalità di Torino e innanzitutto il suo Sindaco perseguono, con convinzione e da sempre, la strada del dialogo e non della guerra; dell’incontro e non dello scontro; dell’accoglienza e non dell’esclusione. Dunque non è in discussione l’opportunità/necessità di far parlare prima gli uni e poi gli altri, piuttosto c’è la volontà – come la storia di Piero Fassino, da ministro della Repubblica Italiana e da segretario generale dei Democratici di Sinistra e oggi da autorevole esponente del PD, presidente dell’Anci e sindaco di Torino – di perseguire con ogni mezzo la strategia dell’incontro e del dialogo tra Israele e Palestina. La sua e quella della Città di Torino sono convincimenti profondi, testimoniati negli anni e praticati nelle scelte di ogni giorno”.

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