La guerra civile siriana si affaccia sul Golan, la comunità drusa israeliana teme per i propri correligionari

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Mario Del MonteEditor
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Medio Oriente

La guerra civile siriana si affaccia sul Golan, la comunità drusa israeliana teme per i propri correligionari

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Dalle alture del Golan l’esercito israeliano sta osservando con attenzione l’evolversi della situazione in Siria. Lo scontro in corso tra islamisti, divisi fra ISIS e Jabat al-Nusra, lealisti, fedeli al dittatore Bashar al Assad, e ribelli sta portando la nazione confinante con Israele alla completa dissoluzione. Alcuni, come ad esempio il Ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon, considerano la Siria già morta e Assad non più rilevante visto che ormai controlla solo un quarto del paese.

La comunità drusa è riuscita finora a restare fuori dal conflitto senza schierarsi con nessuna delle parti in causa ma ora che è minacciata dall’arrivo degli islamisti i suoi appartenenti sono profondamente preoccupati. In Israele i drusi sono tantissimi, servono fedelmente nell’esercito e si sono guadagnati una certa simpatia nell’opinione pubblica. Preoccupati per i loro fratelli in Siria, i drusi israeliani hanno manifestato fuori dalla Knesset a Gerusalemme chiedendo al governo di agire per proteggerli, “per tenere i coltelli dello Stato Islamico lontano dalla gola dei drusi” dice uno di loro al Guardian.

Per ora Israele ha deciso di continuare nella sua politica di non coinvolgimento nel conflitto siriano. Nonostante gli analisti abbiano provato a teorizzare contatti fra Israele e alcune delle fazioni, da Gerusalemme sono arrivate solo smentite. Il vero problema per lo Stato ebraico consiste nella difficoltà nel lavoro di intelligence che generano conflitti multilaterali come questo: se prima il nemico aveva un nome e una squadra ben definita, il governo siriano, ora l’implosione del conflitto tra sette religiose e gruppi territoriali obbliga qualsiasi osservatore interessato a studiare con precisione ogni singolo leader delle varie milizie armate.

Tre anni fa alcuni esponenti del governo israeliano, fra cui il Primo Ministro Netanyahu, avevano correttamente evidenziato una certa ingenuità in chi aveva abbracciato il concetto di “Primavere Arabe”. Quel “preferiamo chiamarlo Inverno Islamista” anticipava il bagno di sangue tutt’ora in corso in Siria e in Iraq. Ad oggi l’unica cosa che può fare Israele senza entrare nel vivo della guerra civile è continuare a curare i siriani feriti, sia civili che combattenti, a cui è stato permesso di attraversare il confine. Sono circa milleseicento e vengono quasi tutti portati in Galilea per ricevere adeguate cure nei centri medici specializzati.

 

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