La “causa palestinese” è una e trina

Milioni di dollari nelle mani dell’ANP e delle ONG mentendo ai palestinesi

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Micol AnticoliEditor & Event Manager
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Medio Oriente

La “causa palestinese” è una e trina

Milioni di dollari nelle mani dell’ANP e delle ONG mentendo ai palestinesi

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Manifestazione palestinesi
Esiste un conflitto in Medio Oriente che coinvolge l’opinione pubblica più di quanto dovrebbe, una guerra sopravalutata nei numeri e nelle motivazioni. Il conflitto israelo-palestinese ha una risonanza mediatica tale che il cittadino europeo medio pensa che abbia mietuto milioni di vittime e che sia la guerra più grande del Medio Oriente, tale da ritenerla fondamentale per la risoluzione di tutti gli altri conflitti della zona. Nulla potrebbe essere più errato, tanto è vero che se si confronta con le guerre tra paesi arabi, quella con gli israeliani risulta essere un’inezia. Allo stesso tempo però si tende inspiegabilmente a sottovalutare il fenomeno terrorismo, diverso nelle modalità e nel concetto dallo stato di guerra vero e proprio. In realtà una motivazione c’è, e si può spiegare benissimo: non esiste una “causa palestinese” che porta avanti il terrorismo degli arabi, ve ne sono almeno tre, differenti dalla guerra per la difesa dei propri cittadini che combatte Israele anche a costo di prendere decisioni politiche dure o talvolta sbagliate.

Vi è quindi la causa palestinese TERRITORIALE (detta anche ufficiale), quella IDEOLOGICA (detta anche popolare) e quella ECONOMICA (detta anche dirigenziale).
In poche parole i palestinesi combattono un’unica guerra, ma lo stesso conflitto è sostenuto da ragioni differenti se si assume il punto di vista dell’opinione pubblica, del palestinese medio o della dirigenza palestinese e delle ONG satelliti. E tutto ciò è reso possibile da quella grande e complessa macchia comunicativa che si chiama propaganda palestinese.

Se si chiede ad un cittadino europeo filo palestinese il perché del suo sostegno alla lotta contro gli israeliani, a tal punto da giustificare anche il terrorismo, questo risponderà che i sionisti hanno occupato le terre dei palestinesi. Nel suo immaginario un giorno gli ebrei sono arrivati ed hanno cacciato i palestinesi dalle loro case e dalle loro città. Per questo motivo, ora gli israeliani meritano una lezione mentre i palestinesi meritano di tornare nella propria terra, anche a costo di uccidere e di delegittimare uno stato sovrano come quello israeliano. Questa è la “causa palestinese” territoriale, quella sostenuta ufficialmente dalle leadership arabe affinché potessero conquistarsi il benestare di governi, giornalisti e associazioni di tutto il mondo, una rivisitazione storica costruita ad arte che ribalta la realtà.

jews-are-terrorist In altri termini invece le leadership arabe si rivolgono alla popolazione palestinese, con una comunicazione interna in lingua araba ben diversa da quella divulgata verso l’esterno in inglese e francese. La popolazione palestinese è stata aizzata fin da prima della fondazione dello Stato d’Israele da una ideologia anti ebraica. Se è vero che in alcune zone i palestinesi furono cacciati dall’esercito israeliano che aveva la necessità di controllare punti strategici durante le guerre per l’indipendenza, bisogna ricordare che la maggior parte dei palestinesi ha lasciato le proprie case su richiesta delle stesse leadership arabe che avevano promesso: spazzeremo via gli ebrei (anche noi) e quando saranno in mare ci riprenderemo le nostre città e quelle loro. Non ci riuscirono, ma le guide religiose e politiche continuano ancora oggi a parlare di jihad, di guerra santa contro gli ebrei. I cartoni animati per bambini descrivono gli ebrei come maiali o come diavoli e nei libri di scuola palestinesi non esiste la cartina di Israele, ma solo la mappa di una grande Palestina musulmana e libera dagli ebrei. Ed è per questo che chi si fa saltare in aria su un autobus di Gerusalemme o spara all’impazzata in un pub di Tel Aviv lo fa per sostenere la “causa palestinese” ideologica, inculcata dalle dirigenze sia di Gaza che della West Bank. Non una guerra per il territorio quindi, ma l’arma del terrorismo per uccidere più ebrei possibile, con i quali non si vuole assolutamente vivere fianco a fianco.

Leader Hamas jet Al vertice ci sono loro, i nababbi, quelli che conoscono la realtà e sanno bene come stanno le cose, perché sono proprio questi a manipolarle. Si è mai visto un dirigente palestinese farsi saltare in aria? Certamente no. Perché le leadership sanno che le guerre sante, le storie sugli infedeli e quelle sui territori sono tutte frottole; loro vivono inebriati dal profumo della filigrana. Il denaro, è questo il motore di tutto. A partire dall’avvio della campagna propagandistica palestinese, sono circolati fior di miliardi nelle mani di dirigenti e organizzazioni palestinesi. A cominciare da Arafat non è esistito leader palestinese che non abbia avuto conti in banca gonfi di soldi. Investimenti, immobili, proprietà, azioni per milioni e milioni di dollari sono nelle mani di Abbas (ANP) e di Haniyeh (Hamas) così come dei loro fedelissimi. Le organizzazioni non governative questa situazione l’hanno captata fin dall’inizio ed è per questo che anche loro hanno iniziato a spingere la lotta contro gli israeliani con la scusa dell’ideologia e del territorio, sposando la causa palestinese economica, quella vera e propria. Le prove sono sotto gli occhi di tutti, basterà citarne due, una storica ed una più recente.

Nonostante le Nazioni Unite avessero già una agenzia per i rifugiati, la UNHCR, che si è occupata di oltre 50MILIONI di perone, al popolo palestinese è stata riservata una agenzia a parte, la UNRWA, soltanto per i propri profughi, nonostante fossero circa 700.000. Il fatto che tutt’oggi esiste il problema dei profughi palestinesi e che anzi, a differenza di tutti gli altri popoli abbiano aumentato il numero a 5MILIONI passandosi lo status di rifugiato di padre in figlio e poi in nipote, dimostra ancora di più quanto convenga alle organizzazioni filo palestinesi mantenere il popolo in queste condizioni o far finta che lo siano, per ricevere ingenti somme di denaro dalla Comunità Internazionale e dai singoli cittadini ingannati.
Questo per quanto riguarda le ONG. Riguardo alla leadership invece, a sostegno di quanto sostenuto sopra, è emerso pochi giorni fa che all’interno dei Panama Papers, documenti che hanno suscitato uno scandalo finanziario internazionale, vi è anche uno dei figli del Presidente palestinese Mahmoud Abbas.
Tareq Abbas infatti possiede azioni per il valore di 1MILIONE di dollari in una società chiamata Compagnia di Investimenti Arabo Palestinese (APIC), la quale è registrata alla Isole Vergini Britanniche dal 1994. Ma non è tutto. L’Autorità Nazionale Palestinese ha il controllo quasi totale sul Fondo di Investimenti Palestinese (PIF) che detiene il 18% delle azioni dell’APIC, la quale a sua volta ha le mani in pasta in ogni ambito dell’economia palestinese, dalla tecnologia, all’alimentazione, all’edilizia.

Che il popolo palestinese non se la passi troppo bene è vero, dunque, ma se si vuole puntare il dito, non lo si dovrebbe rivolgere di certo verso Israele ma appunto contro la stessa dirigenza palestinese. Da rigettare in toto sono invece quelle fandonie sulle “prigioni a cielo aperto”, come vengono definite Gaza e West Bank.

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