Gli ebrei che sostengono il boicottaggio non ne hanno compreso gli obiettivi

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Mario Del MonteEditor
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Medio Oriente

Gli ebrei che sostengono il boicottaggio non ne hanno compreso gli obiettivi

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In un’intervista alla tv al-Jazeera datata 23 Settembre 2011, Abbas Zaki, uno dei maggiori esponenti dell’Autorità Nazionale Palestinese, dichiarava candidamente: “quando parliamo di confini del ’67 sappiamo che il grande obiettivo è la fine di Israele.” Frasi del genere rendono difficilissima la vita a chi si batte per una pace giusta fra israeliani e palestinesi. Anche il più convinto dei pacifisti all’interno della società israeliana è consapevole che a fronte di dichiarazioni del genere lo Stato d’Israele non può dare il via a quelle dolorose concessioni che la pace richiede.

Israele è circondato: da Sud Hamas minaccia nuovi lanci di razzi, a Nord Hezbollah continua ad accumulare armi grazie al supporto dell’Iran e lo Stato Islamico si avvicina sempre di più alle alture del Golan, a Est l’Autorità Nazionale Palestinese e i suoi funzionari aspirano alla sparizione di Israele.

Tutto questo non sembra preoccupare Steven Levitsky e Glen Weyl, due accademici ebrei statunitensi, che nonostante si definiscono veri sionisti che amano Israele hanno deciso di pubblicare un articolo in supporto del boicottaggio contro lo Stato ebraico sul Washington Post. Per questi due studiosi la realtà odierna e aspetti come l’incitamento alla violenza o il rifiuto di ogni offerta di pace da parte dei palestinesi non dovrebbero essere presi in considerazione lasciando a Israele tutti gli oneri del processo di pacificazione.

Il supporto al movimento di boicottaggio presuppone una scarsa conoscenza dei fatti: la campagna di questo movimento non è guidata dalla ricerca di un accordo di pace o dalla realizzazione della soluzione a due Stati. Al contrario uno dei tre obiettivi principali del BDS è il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, cosa che comporterebbe la sparizione di Israele come patria del popolo ebraico. E’ bene sottolineare che questa non è un’interpretazione ma l’obiettivo dichiarato dai leader del movimento. Sembra quindi contraddittorio definirsi sionisti e allo stesso tempo supportare una campagna mirata alla distruzione di Israele.

Il discorso relativo all’occupazione, giustificazione ultima di chi supporta il BDS, non regge di fronte ai fatti storici: nel 2000 gli Stati Uniti presentarono una bozza per la realizzazione di un accordo di pace, Israele accettò il piano, i paesi Arabi si mostrarono felici dei parametri, Arafat invece decise di rifiutare. La stessa situazione si verificò nel 2008 con la proposta Olmert. In quell’occasione Abbas insistette per accollare a Israele 4 milioni di rifugiati invece di accoglierli in quello che doveva essere il nascente Stato palestinese. Fra le due proposte Israele ha effettuato il ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza, una mossa che invece di essere colta dai dirigenti di Fatah per creare una prima forma statale è stata sfruttata da Hamas per instaurare il suo regime di morte e razzi sulle città israeliane.

Gli autori riconoscono il fatto che nei confronti dello Stato ebraico viene impiegato uno standard diverso rispetto a quello con cui si giudicano gli altri Stati ma giustificano il loro criticismo con l’amore per Israele. E’ interessante notare che in questo caso un amore soffocante provoca gli stessi risultati dell’odio incondizionato. Ciò che è ancor più interessante è che non esiste nessun movimento arabo o palestinese che richieda lo stesso grado di responsabilità alla leadership palestinese. Nessun boicottaggio per l’ANP che ha rifiutato varie offerte di pace, nessun boicottaggio per coloro che pagano mensilmente gli assassini detenuti nelle carceri israeliane, nessun boicottaggio per chi incita all’odio antisemita.

Questo approccio, il quale esenta i palestinesi da qualsiasi responsabilità, potrebbe essere qualificato come razzismo, non solo per l’ossessivo criticismo nei confronti dello Stato d’Israele. Anche ai palestinesi devono essere riconosciute quelle qualità umane che determinano la civiltà, e che quindi comportano l’assunzione di responsabilità, altrimenti non sarà mai possibile raggiungere un accordo di pace.

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