Elezioni 2015: chi sarà il nuovo volto della diplomazia israeliana?

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Mario Del MonteEditor
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Israele

Elezioni 2015: chi sarà il nuovo volto della diplomazia israeliana?

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Sebbene fino al 25 Marzo non si saprà il nome del nuovo Primo Ministro israeliano, è chiaro che il Ministero degli Esteri sarà affidato ad una figura diversa da Avigdor Liberman che ha ricoperto la carica dal 2009 al 2014 e che ora è riuscito a malapena a passare lo sbarramento elettorale con il suo partito Yisrael Beytenu. Anche nel caso in cui si formasse un governo con tutti i partiti di destra difficilmente gli altri leader si lascerebbero sfuggire una carica così importante nel sistema di governo israeliano. Liberman stesso durante la campagna elettorale ha affermato di volere la carica di Ministro della Difesa perché più adatta a realizzare il suo programma politico. Chi prenderà il suo posto? In quale modo le elezioni influiranno sulla strategia diplomatica israeliana?

Con la probabile assegnazione del mandato alla coalizione di destra è facile immaginare che Netanyahu cercherà di tenere per il Likud il Ministero degli Esteri. Inoltre l’alleato principale, Naftali Bennett, sembra orientato verso altri ministeri così come Moshe Kahlon che, nel caso in cui entri a far parte della coalizione, ha già il Ministero delle Finanze assicurato. A questo punto Netanyahu potrebbe scegliere tra gli altri membri del Likud come Silvan Shalom, che ha già ricoperto la carica dal 2003 al 2006 e vorrebbe fortemente un’altra chance, Gilad Erdan, ex ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, e l’attuale Vice Ministro degli Esteri Tzachi Hanegbi. Nel caso di un governo di unità nazionale, possibilità per cui sta spingendo il Presidente Rivlin, il Ministero degli Esteri potrebbe essere affidato alla sinistra con Tzipi Livni che tornerebbe a ricoprire la carica che è stata sua tra il 2006 e il 2009.

Con il suo schietto approccio diplomatico e le sue idee poco ortodosse rispetto al processo di pace con i palestinesi, Liberman non è stato di certo guardato con favore dalla comunità internazionale perciò chiunque lo sostituirà troverà probabilmente un’accoglienza entusiasta nelle capitali europee. Bisogna però dire che è il Primo Ministro e non il Ministro degli Esteri a determinare la politica estera di uno Stato perciò l’accoglienza dipenderà anche dall’esito delle consultazioni.

In ogni caso un governo guidato dalla coalizione di destra significherà molto probabilmente un incremento della pressione internazionale su Israele, soprattutto per quanto riguarda l’Unione Europea. I pochi alleati rimasti in Europa (Germania, Olanda e Repubblica Ceca) hanno già fatto sapere che nuovi insediamenti potrebbero portare alla discussione a Bruxelles di alcune sanzioni contro lo Stato d’Israele tra cui l’introduzione di un sistema di etichettatura speciale per le merci prodotte negli insediamenti. Inoltre Netanyahu è ben consapevole di non essere amato in Europa e alla Casa Bianca perciò potrebbe scegliere di non radicalizzare ulteriormente lo scontro, almeno non nei primi mesi di governo.

Se invece ci sarà un governo di unità nazionale l’amministrazione Obama potrebbe tornare a spingere per l’apertura di un nuovo negoziato con i palestinesi grazie al supporto della sinistra di Herzog e Livni che si sono mostrati inclini a sedersi al tavolo con Mahmoud Abbas. Molto dipenderà dal comportamento del leader dell’ANP: se deciderà di non procedere con ulteriori passi unilaterali e non denuncerà Israele alla Corte Penale Internazionale allora una trattativa sarà molto più probabile. Herzog però durante la sua campagna elettorale ha più volte affermato che manterrà unita Gerusalemme, cosa che per Abbas è inaccettabile e farà inevitabilmente saltare qualsiasi accordo.

Con Netanyahu fortemente al comando da Washington potrebbero decidere di dare la priorità ai file Iran, Siria, Cuba e Ucraina aspettando un momento migliore per l’offensiva diplomatica. Questo non significa che Obama getterà la spugna accettando ogni decisione di Netanyahu, anzi a quel punto potrebbe profilarsi un “non veto” alla prossima Risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU che sancisca ad esempio la necessità di una soluzione a due Stati basata sulle frontiere del 1967, un’eventualità catastrofica per la sicurezza d’Israele.

Per quanto riguarda il programma nucleare iraniano, le sei potenze mondiali sono troppo determinate a siglare l’accordo per farsi suggestionare dal risultato delle elezioni israeliane. Qualsiasi accordo ci sarà né un governo di destra né un governo di unità nazionale saranno in grado di influenzarlo. O almeno non tramite la diplomazia.

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