Al Risiko di Obama non vince nessuno, neppure gli Stati Uniti

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Piero Di Nepi
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Medio Oriente

Al Risiko di Obama non vince nessuno, neppure gli Stati Uniti

Scende la sera del 25 marzo 2015 sulla penisola araba, quando le autorità di Ryad appoggiate da altri 10 paesi musulmani sunniti, decidono di far deragliare il treno nucleare che i macchinisti Barack Obama e John Kerry vorrebbero far arrivare alla Final Destination Teheran. Dopo mesi di provocazioni sulla sensibile frontiera meridionale del Regno dell’Arabia Saudita, 100 aerei e 150.00 soldati avviano dunque un’offensiva molto energica contro i ribelli yemeniti foraggiati dall’Iran. La diffida degli ayatollah non si fa attendere, la mattina del 26, proprio mentre Kerry si intrattiene cordialmente a Losanna con la delegazione iraniana.  Ma per comprendere le ragioni del pericoloso “Risiko”, tutto in perdita, che gli “uomini in grigio” della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato hanno impostato nelle trattative 5+1 con l’Iran sciita, bisogna partire da lontano e dare un’occhiata alla realtà effettuale, come la definiva Niccolò Machiavelli cinque secoli fa.

La Guerra Fredda terminò all’improvviso il 9 novembre del 1989, quando fu aperto il Muro di Berlino. A partire dalla mattina del giorno successivo gli USA non ebbero più bisogno di Israele quale alleato strategico che potesse garantire alla Sesta Flotta l’unico porto sicuro nel Mediterraneo a occidente di Napoli e basi di appoggio per eventuali operazioni contro i Sovietici saldamente insediati presso i regimi arabi nazionalisti (Siria, Irak, Algeria, Libia).  Energie rinnovabili, sabbie bituminose, global warming chiuderanno poi l’epoca del ricatto petrolifero. L’umanità non è finita in cenere, ma al rischio del conflitto atomico planetario si è sostituita la quotidianità inquietante di una miriade di conflitti a bassa intensità, alimentati nella nostra area geopolitica dal terrorismo islamista. Le Amministrazioni in carica alla Casa Bianca non sono neppure riuscite a scalfirlo, né in Afghanistan né in Irak. Dilaga anzi anche in Pakistan, Siria, Libia, Yemen. Sunniti o Sciiti, per i gruppi armati non esiste differenza se non nei

Iranian Americans protest against a conversation between Obama and Rouhani, outside the White House

bersagli. Sono all’attacco nel Sahara e in Nigeria. La Turchia, un tempo decisiva nel contenimento dell’URSS, sembra per ora al riparo, ma ci si è rassegnati all’imprevedibilità di Erdogan. Lo shock delle Torri Gemelle e il ricordo di “September Eleventh” sono passati ormai sui libri di storia. Il solo visibile effetto che hanno prodotto è l’insediamento di un regime controllato da musulmani sciiti amici dell’Iran a Bagdad, 10 anni dopo la Seconda guerra del Golfo. In Europa il Pentagono tenta stancamente di rivitalizzare la Nato, ma solo perché le lobbies che a Washington contano per davvero –ucraini, lituani, polacchi—hanno convinto gli americani  che la Russia di Putin è un pericoloso nemico, proprio come al tempo dei sovietici. Le sanzioni dalle quali si vuole purtroppo liberare l’Iran clerico-fascista degli ayatollah, vengono invece solertemente applicate contro i russi. Di conseguenza, anche l’Italia sta subendo danni economici molto gravi. L’impero americano non è certamente al collasso, ma ha deciso di difendere soltanto il fronte del Pacifico, l’oceano che la Repubblica Popolare Cinese considera legittima sfera d’influenza politica, economica e militare.

Nessuno lo dice, e l’affermazione suonerà eretica e indimostrabile per molti: ma il fatto nuovo è che gli USA considerano la Cina il nuovo e pericoloso competitor. Un rivale che ha in casa un colossale problema islamico nel Sinkiang, e vede Teheran come il fumo negli occhi. Ma avrà ancora bisogno di petrolio a buon mercato durante i prossimi anni. Sulle vie dell’espansione commerciale dei cinesi verso l’Occidente non dispiacerà agli USA la riconoscenza molto particolare di due Stati islamici, l’Afghanistan sunnita e l’Iran sciita. Uno dei guardiani sarà dotato di un grosso bastone atomico. Nella grande politica internazionale ci sono segreti di dominio pubblico. Uno di quelli facili è addirittura assiomatico: se hai anche una sola centrale nucleare attiva, hai anche una quantità di plutonio sufficiente per la bomba. Anzi, le bombe. Si tratterebbe di pochi mesi, anzi settimane. Sì, una regola valida anche per l’Italia, che pure ha dismesso il nucleare nel 1986. In Iran risultano operativi dal 2011 gli impianti di Busher. Il marchio di fabbrica è russo, e gli ayatollah avrebbero preferito non avere in casa gli uomini di Putin. Il quale ha venduto “chiavi in mano” l’intero progetto, e si può stare tranquilli sul fatto che gli apprendisti stregoni di Teheran non lo controllano al cento per cento. Ma per alterare tutti gli equilibri geopolitici della regione è bastato a suo tempo l’annuncio del negoziato 5+1. Non ci sarebbe nessun negoziato, se la bomba iraniana sciita non fosse considerata nell’ordine naturale e prevedibile delle cose, dopo quella sunnita del Pakistan.

westernIn un vecchio spaghetti western si vede l’eroe di turno che schiaccia con una legnata lo scorpione velenoso ormai troppo vicino alla ragazza del cuore. “Mio eroe!”, grida la fanciulla. “Ma è nulla, ho solo schiacciato uno scorpione…”, risponde il cow-boy. “Ma che dici… Non ho mai visto uccidere uno scorpione usando come bastone un serpente a sonagli!”. Il tentativo americano di colpire l’ISIS sunnita servendosi del governo di Teheran ricorda la scena di quel vecchio film. Ma c’è poco da sorridere.

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