Abbas contro Trump: minacce e nuovi propositi

Giuseppe Giannotti
Giuseppe GiannottiGiornalista & Esperto di Medio Oriente
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Abbas contro Trump: minacce e nuovi propositi

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Giuseppe Giannotti
Giuseppe GiannottiGiornalista & Esperto di Medio Oriente

Finita l’era Obama, l’Autorità Nazionale Palestinese è nel panico per quanto potrà fare Donald Trump nello scacchiere mediorientale. Il nuovo inquilino della Casa Bianca in effetti si è già mosso bloccando i fondi – 221 milioni di dollari – che Barack Obama solo quattro ore prima di lasciare il suo mandato di presidente aveva stanziato a favore dei palestinesi. Un colpo di coda che aveva gettato ulteriori ombre sull’operato di Obama in chiave anti-israeliana. Ma ora si cambia. Donald Trump ha fatto sapere che taglierà tutti gli aiuti all’Anp se questa si rivolgerà alla Corte Penale Internazionale dell’Aja contro Israele, e taglierà altresì i fondi alle organizzazioni delle Nazioni Unite che sostengono finanziariamente i palestinesi. E il nuovo presidente non scherza. Ciò che dice, lo fa. E le sue parole, dunque, sono molto più di una minaccia.

Ma la mossa tanto attesa, annunciata e ribadita più volte da Trump, in campagna elettorale, è il trasferimento dell’ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. Già nel 1995 peraltro il Congresso americano aveva votato una legge che prevedeva lo spostamento dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme (nella parte Ovest, e dunque non in territorio conteso) «per rispettare la scelta di Israele di avere quella città come capitale». Ma i vari presidenti che si sono succeduti – Clinton, Bush e Obama – non hanno mai dato seguito a quel voto per non infiammare una situazione già incandescente.
Trump sembra invece deciso a portare avanti la sua scelta. Il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, ha riferito nei giorni scorsi che i primi passi per lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme «sono stati avviati». Il premier israeliano Netanyahu e Trump ne hanno parlato nel corso di una telefonata definita molto cordiale, e nel parleranno in un incontro previsto a breve a Washington, ma i tempi del trasferimento si annunciano lunghi.

In questo contesto, l’Autorità Nazionale Palestinese, riuniti d’urgenza i suoi vertici, ha varato un documento in 25 punti nel quale rivela i suoi piani per cercare di fermare l’azione di Trump. Tra le varie mosse, si sollecita l’intervento dell’Onu, dei Paesi arabi, della lega Araba, della Russia, della Cina, della Gran Bretagna, della Germania, dell’Unione Europea e dell’Unione Africana affinché prendano posizione contro questa decisione di Trump e lo mettano in guardia sulle conseguenze che ne potrebbero derivare. Dunque un’azione ad ampio raggio. Poi la richiesta di convocazione di un Consiglio di Sicurezza dell’Onu, la minaccia di cancellare gli accordi di Oslo che prevedono il riconoscimento dello Stato di Israele da parte dell’Anp.

Ma la cosa ironica è che il documento “minaccia” di indire nuove elezioni nei Territori palestinesi, eliminare i motivi di divisione tra Hamas e l’Anp, formare un governo di unità nazionale. Abu Mazen, ricordiamo, è stato eletto nel 2005, con un mandato quadriennale (e quindi doveva decadere nel 2009). Nel 2006 si sono tenute nuove elezioni che hanno visto Hamas imporsi con il 44% contro il 41% di Al-Fatah, un risultato che ha diviso i palestinesi in due fazioni: Hamas che governa a Gaza e Abu Mazen in Cisgiordania. Tutti i tentativi di riconciliazione, per creare un governo di unità nazionale, sono falliti nel tempo. E dal 2006, ossia da 11 anni, nei Territori palestinesi non si tengono elezioni. A questo punto, se Trump riuscirà a far riunificare le due fazioni in lotta fra loro, sarà certamente un buon risultato. E Israele avrà finalmente un interlocutore valido con cui avviare ogni sorta di trattativa.

Nel documento si legge poi che l’Anp impedirà che la responsabilità sulla Striscia di Gaza passi da Israele all’Egitto. Già perché se ciò accadesse, come si potrebbe poi protestare contro Israele per il blocco della Striscia o per altre cose. E ricordiamo, a questo proposito, che Gaza ha due confini: a Nord con Israele, a Sud con l’Egitto. E chi accusa Israele per il blocco di Gaza, dovrebbe in realtà protestare anche nei confronti dell’Egitto…

In altri punti del documento si annunciano altre riforme (il Consiglio nazionale palestinese si riunirà «per stabilire un programma politico per la prossima fase, eleggere un Consiglio centrale e un nuovo Comitato esecutivo che sancisca l’unità nazionale, riformare le commissioni del Consiglio nazionale e rilanciare le istituzioni dell’Olp»). E a questo punto sorge spontanea una domanda: c’era bisogno dell’annuncio di Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme per vedere un po’ di democrazia nei Territori palestinesi?
Annunci e minacce si susseguono nel documento dell’Anp, che cerca in tutti i modi di coinvolgere altri Paesi, soprattutto europei, per ottenere nuovi riconoscimenti dello Stato di Palestina secondo i confini del 1967 e con capitale Gerusalemme Est. «Il 2017 sarà dichiarato l’anno della fine dell’occupazione israeliana, per poi iniziare a stabilire le relazioni di sicurezza, economiche e politiche con Israele in ottemperanza alle decisioni del Consiglio centrale palestinese del 2015». E per coinvolgere e cercare i favori dei cristiani, viene annunciato che «il venerdì e la domenica saranno dichiarati giorni della preghiera per Gerusalemme.

Tra le minacce, quella di una «mobilitazione popolare, l’adozione, il sostegno e il rafforzamento della resistenza popolare globale, per la quale sarà stabilita una strategia integrata». Dunque atti di terrorismo pianificati dall’Anp? Infine, si propone «la formazione di un gruppo di lavoro con membri dell’Olp, di Fatah, del Consiglio consultivo e della società. Tanti propositi, che al momento si scontrano con la profonda divisione fra Anp e Hamas. Trump riuscirà a riunificarli?

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