4 anni dopo la liberazione di Shalit Israele paga il prezzo dell’accordo

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Mario Del MonteEditor
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4 anni dopo la liberazione di Shalit Israele paga il prezzo dell’accordo

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Il 18 Ottobre 2011 veniva liberato Gilad Shalit, un carrista dell’esercito israeliano catturato da un commando palestinese a Kerem Shalom, in cambio della scarcerazione di 1027 terroristi detenuti nelle carceri israeliane. Molti di questi sono di nuovo stati arrestati dalle forze di sicurezza dello Stato d’Israele per aver tentato di colpire ancora i civili ebrei. Pochi giorni fa a Shvut Rachel un ragazzo di venticinque anni, Malachy Rosenfeld, ha perso la vita dopo essere stato colpito da un colpo d’arma da fuoco mentre era in auto insieme a tre amici rimasti anche loro feriti. Lo Shin Bet ha recentemente scoperto e arrestato la cellula dietro l’attacco e ha scoperto che a dirigerla era Ahmad Najjar, uno degli ex detenuti liberati nell’accordo Shalit e che ora è latitante in Giordania.

Malachy è il sesto israeliano a morire per mano di terroristi liberati per riavere Shalit dall’Aprile 2014. Prima di venire scarcerato Najjar aveva passato otto anni in galera per il coinvolgimento in un attentato terroristico che aveva causato tre morti tra la popolazione israeliana. Questo tipo di soggetti è diventata la base di sostegno per Hamas nella West Bank: grati all’organizzazione terroristica per aver ottenuto il loro rilascio, tornano alla carica grazie alla sensazione che qualsiasi atroce atto commetteranno Hamas farà qualcosa per riportarli a casa impuniti. Molti di questi ex prigionieri hanno vissuto sia a Gaza, dove sono stati portati alla conclusione dell’accordo, sia nella West Bank e il loro network di conoscenze è una manna per l’organizzazione terroristica che sta tentando in tutti i modi di rovesciare il potere dei rivali di Fatah per essere l’unica vera voce dei palestinesi.

A distanza di anni il timore dei critici dell’accordo Shalit si è dimostrato fondato, il prezzo pagato per riportarlo a casa è alto ed è destinato a crescere con il passare del tempo. Se ne era cominciato a parlare poche ore prima della Pasqua ebraica del 2014 quando l’ufficiale di polizia Baruch Mizrahi era stato ucciso a colpi d’arma da fuoco da Ziad Awwad, un militante di Hamas coinvolto nello scambio di prigionieri. Lo stesso episodio del rapimento e uccisione dei tre adolescenti israeliani nel Giugno 2014, poco prima dell’inizio dell’Operazione Protective Edge, è stato orchestrato da Mahmoud Kawasame, liberato insieme ai più di mille prigionieri dopo aver scontato qualche anno in carcere per il coinvolgimento in un attentato suicida su un bus a Beer Sheva in cui perirono sedici civili israeliani.

Il timore è che ora gli operativi di Hamas siano più motivati a rapire soldati e minori ebrei da scambiare con uomini da disporre nella West Bank per accrescere la sua influenza e la capacità di colpire Israele. Dalla liberazione di Shalit in poi sono stati registrati decine di tentativi di rapimento ma lo Shin Bet è sempre riuscito a sventarli prima dell’attuazione.

Secondo alcuni esponenti politici israeliani la soluzione potrebbe essere l’istituzione della pena di morte per gravi atti di natura terroristica, un’eventualità per ora accantonata dal governo Netanyahu che ne ha rimandato la discussione per affrontare argomenti più urgenti come il programma nucleare iraniano e l’affiliazione di gruppi organizzati salafiti di Gaza e del Sinai allo Stato Islamico.

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