Il caso UNESCO: Quando gli sconfitti rubano la storia ai vincitori

Niram Ferretti
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Medio Oriente

Il caso UNESCO: Quando gli sconfitti rubano la storia ai vincitori

Medio Oriente
Niram Ferretti

Ci siamo di nuovo. L’assassino torna sempre sul luogo del delitto e l’Unesco non fa eccezione. Dopo le risoluzioni anti-israeliane dell’aprile 2015 e poi dell’ottobre 2016 che hanno espropriato nominalmente e simbolicamente Israele del Monte del Tempio e del sottostante Muro Occidentale, ora è il turno di Gerusalemme Est e della Tomba dei Patriarchi a Hebron, riconfigurati come siti “palestinesi” con l’ultima delibera del braccio armato culturale dell’ONU a maggioranza araba e musulmana. Il voto del 7 luglio, che sotto l’alibi del sito in “pericolo”, sottrae alla storia e alla memoria ebraica la tomba di Abramo, Isacco, Giacobbe e delle matriarche Sara, Rebecca e Lea, per metterla in mani islamiche, è soltanto l’ennesima puntata di un lunga, interminabile parabola che affonda le proprie radici addirittura nella teologia islamica, ovvero nel Corano, libro definitivo della “vera religione”, che supera e sostituisce l’ebraismo e il cristianesimo, e in cui ebrei e cristiani vengono accusati di essere i promotori di religioni false avendo corrotto artatamente le pure fonti islamiche, a cui il rasul, il Profeta, avrebbe riportato finalmente gli uomini.

E certamente ha ragione Nikki Haley, combattiva ambasciatrice USA all’ONU a dichiarare che questo voto rappresenta “un affronto alla storia”. Ma non è forse un “affronto alla storia”, o meglio alla verità, la prassi consolidata, araba-musulmana di appropriarsi, colonizzandole, delle civiltà e delle storie che l’hanno preceduta per imporre su di esse il proprio sigillo definitivo? Certo, questa è la prassi dei conquistatori suprematisti musulmani, per i quali gli altri, nello specifico gli ebrei e i cristiani, i popoli “del Libro” possono essere accettati solo ed unicamente come subalterni, dhimmi.

Così è stato per secoli sotto il dominio islamico. E Israele, lo Stato degli ebrei non può certo fare eccezione, questo affronto perenne per l’Islam, che lo vede solo come un incidente di passaggio, un refuso geografico da correggere. Solo che, avendo tentato di correggerlo con la cancellazione tramite guerre fallimentari, si è dovuto ripiegare, dal 1967 in poi, su altre tipologie guerresche condotte attraverso la diplomazia e la propaganda costruendo in cinquanta anni il grande romanzo criminale contro lo Stato ebraico, accusato di ogni nefandezza ai danni degli “autoctoni” palestinesi, una finzione politica e strumentale venuta in essere quando, a seguito della Guerra dei Sei Giorni, Israele entrò trionfante a Gerusalemme Est e nella cosiddetta West Bank, altro esempio di appropriazione nominale islamica di luoghi dagli inconfondibili nomi ebraici citati dalla Bibbia, Giudea e Samaria.

L’Unesco, è solo una tessera del puzzle, nulla più che l’esecutore materiale di una precisa comanda da parte dei soliti mandanti. L’odio per Israele è plasticamente dichiarato dal rigetto della memoria ebraica, dalla sua storia millenaria, che incardina gli ebrei per sempre nei luoghi in cui la loro storia ha preso corpo più di tre millenni fa. Questo rifiuto così bene rappresentato dalle parole di Mahmoud Al-Habbash il supremo giudice della sharia nonché consigliere per le questioni religiose di Abu Mazen, il “moderato” Abu Mazen, il 14 ottobre scorso dopo che l’Unesco aveva provveduto al proprio scippo precedente quello del 7 luglio:

“Gerusalemme è terra occupata palestinese. Gerusalemme è proprietà dei palestinesi. La risoluzione dell’Unesco di ieri. [Ottobre. 13, 2016] è una vittoria per la verità. E’ una vittoria per la giustizia, è una vittoria per la vera storia di questa terra e per tutta l’umanità. La risoluzione dell’Unesco conferma ciò che pensiamo e in cui crediamo, che Gerusalemme e in particolare la Moschea di Al-Aqsa e il Muro di Al-Buraq (il Kotel) e la piazza di Al-Buraq, sono luoghi puramente islamici e palestinesi e nessun altro può avere il diritto di esservi associato. Nessuno ha il diritto. Noi siamo i padroni e noi ne abbiamo il diritto. Solo i musulmani hanno il diritto ad Al-Aqsa, al Al-Buraq e alla piazza di Al-Buraq che sono puramente proprieta waqf islamica…Questo è il nostro messaggio e quello di tutta la comunità internazionale a Israele. Il nostro messaggio è che non rinunceremo al nostro diritto fin tanto che vivremo. E anche se moriremo, le generazioni future ci seguiranno, dai nostri figli ai nostri pronipoti i quali aderiranno a questo diritto”.

Come si fa ad essere più chiari? Ma si tratta di vittorie dal respiro corto, seppure sostenute da una parte della comunità internazionale che ha fatto propria la grande narrativa fraudolenta arabo-musulmana. Israele infatti, per potere essere scalzato deve essere distrutto. Non basta rubargli la memoria. Israele resta dove si trova, con i propri luoghi.

Inchiodati alla loro impotenza difronte alla superiorità militare e tecnologica israeliana gli stati arabi-musulmani mandanti e i loro clienti palestinesi devono accontentarsi di furti simbolici. E’ il motivo per il quale, mentre Israele continua imperterrito a proiettarsi nel futuro, loro restano nella morta gora del risentimento, sprofondati perennemente nel passato.

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