Che cos’è “la resistenza che continua” e che cos’è l’apartheid?

Alcuni episodi degli ultimi giorni ci spiegano che cosa fanno i “resistenti” e perché i militari israeliani devono contrastarli.

Ugo Volli
Ugo Volli
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Israele, Medio Oriente, pregiudizio antisraeliano, Terrorismo

Che cos’è “la resistenza che continua” e che cos’è l’apartheid?

Alcuni episodi degli ultimi giorni ci spiegano che cosa fanno i “resistenti” e perché i militari israeliani devono contrastarli.

Resistenza palestinese e apartheid israeliana. Un po’ distratti dalla fotogenica Ahed Tamimi (così bionda, così poco mediorientale, così poco araba, – lasciatemelo dire – così ariana, da simboleggiare senza volere il razzismo implicito e incosciente dei filopalestinisti europei), i media si sono dimenticati di che cosa significa la “resistenza” che Tamimi ha proclamato di voler “continuare” . Ma in realtà non ne hanno mai voluto parlare, perché è assai più comodo far passare il meme della ragazzina che insulta e schiaffeggia i soldati assai più grossi di lei, piuttosto che capire perché i soldati non si sono difesi dalle sue molestie e che cosa ci stanno a fare in Giudea e Samaria.

I soldati non si sono difesi perché vincolati a rigorose regole di ingaggio che impediscono loro di usare la forza contro i civili che non minaccino direttamente la loro incolumità. Quanto alle ragioni per cui stanno a subire gli sberleffi e gli attacchi dei facinorosi, vale la pena di fare un breve riassunto.

Per chi non ha memoria, ricordiamo dunque che giovedì scorso, per la festa ebraica dell’amore, Yotam Ovadia, un uomo che stava preparando una cena romantica per la moglie in un sobborgo di Gerusalemme è stato ucciso a tradimento con un coltello da Mohammed Yousef, un terrorista che aveva la stessa età della Tamimi, diciassette anni e che non l’aveva mai visto in vita sua. Il giorno dopo settemila persone hanno “manifestato” a Gaza, sotto la direzione di Hamas, per esercitare il loro “diritto” di sfondare il confine con Israele e spargersi nella comunità vicine a ripetere il gesto di Yousef. Il ministero della salute di Gaza, che in realtà funge da organo propagandistico di Hamas, aveva attribuito due morti alle azioni di difesa dell’esercito israeliano, ma di fronte alla smentita di Israele ha dovuto lasciar cadere l’accusa, ammettendo che l’esplosione che sveva ucciso i due era stata “accidentale”, frutto cioè della loro malaccorta preparazione di una bomba.

Sempre da Gaza sono partiti ordigni incendiari che hanno prodotto dieci incendi in territorio israeliano venerdì, sei sabato, otto domenica. Non è affatto un record, è la media di tutti i giorni: una devastazione ecologica impressionante, cui è stata dedicata nella sede dell’Onu addirittura una mostra di foto (guardatene alcune qui, fanno impressione ), ma contro cui nessuno protesta, in particolare non i “progressisti” che attribuiscono a Trump ogni sorta di nefandezza  ecologica. Come del resto non facevano per il terrorismo compiuto con gli automezzi, fino a che la tecnica non si è estesa in Europa: ammazzare gli ebrei oggi, si sa, non è particolarmente grave anche per coloro che ostentano sdegno per Auschwitz. Ma anche per i fuochi la moda è contagiosa, sembra che i terribili roghi attorno ad Atene siano stati volontari, forse frutto di terrorismo.

E infine sabato sera la polizia di frontiera israeliana ha pescato due ragazzi – sempre dell’età della Tamimi, 17 e 18 anni, mentre cercavano di contrabbandare in Israele due mitra, saltando la barriera di sicurezza, come aveva fatto  Mohammed Yousef, come volevano fare i settemila di Gaza, naturalmente per “continuare la resistenza”: quella barriera di sicurezza che l’illuminato sindaco di Napoli De Magistris, magistrato di formazione, ha definito di recente “barriera dell’apartheid”. Perché agli occhi di gente come lui, evidentemente, gli ostacoli che rendono difficile l’omicidio degli ebrei, costituiscono “apartheid”.  Mentre quello che i teenager arabi o chi li mandava volevano fare con quelle armi, immaginiamo che per De Magistris e quelli come lui si chiami “resistenza”.

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