Il reporter di guerra israeliano Itai Anghel si racconta alla Casa del Cinema di Roma

Alla kermesse PKF 2017 un interessante confronto tra Maurizio Molinari e il celebre reporter israeliano

Clara Salpietro
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Il reporter di guerra israeliano Itai Anghel si racconta alla Casa del Cinema di Roma

Alla kermesse PKF 2017 un interessante confronto tra Maurizio Molinari e il celebre reporter israeliano

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Clara Salpietro

“Sono israeliano e quando vado in Iraq, Siria, oppure in Afghanistan per fare i miei reportage ho paura che scoprono la mia identità”

Sono le parole di Itai Anghel che ha raccontato la sua storia di reporter di guerra alla Casa del Cinema di Roma nell’ambito del Pitigliani Kolno’a Festival, avente come tema Ebraismo e Israele nel cinema.

La kermesse, giunta alla XII edizione e diretta da Ariela Piattelli e Lirit Mash, è prodotta dal Centro Ebraico Italiano il Pitigliani. Dal 18 al 23 novembre sono stati proiettati 21 film, di cui 17 anteprime italiane, tra documentari e lungometraggi, a cui si aggiungono incontri con professionisti dell’animazione, del giornalismo documentario e della serialità televisiva.

I riflettori sul mondo del reportage di guerra si sono accesi grazie al panel dal titolo “Raccontare il Medio Oriente attraverso il documentario”, introdotto da Ariela Piattelli, durante il quale il direttore de La Stampa, Maurizio Molinari, ha intervistato Itai Anghel.

Uno tra i più importanti giornalisti televisivi in Israele, Anghel è famoso per i suoi documentari sui conflitti nel mondo, dall’Iraq, all’Afghanistan, Pakistan, Bosnia, Kosovo, Ruanda, Congo, Cecenia, Haiti, Libano, fino al Kurdistan, Egitto e Gaza.

“Da ragazzino – ha esordito – vedevo la serie televisiva ‘Il tunnel del tempo’ che raccontava le avventure di due scienziati che entravano in un tunnel e si ritrovavano in epoche storiche diverse. Ho sempre pensato che a me sarebbe piaciuto essere presente nei momenti importanti della storia e così è stato”.

“La prima volta che mi sono trovato in mezzo ad una guerra – ha aggiunto – era in Bosnia nel 1992. All’inizio volevo scappare e pensavo che che non sarei mai riuscito a farcela. Dopo due giorni chiuso in albergo sono uscito e ho capito di essere dentro ad un avvenimento storico. Tutti mi parlavano, si fidavano di me. A Sarajevo le persone rispondevano alle mie domande. Non ho l’aspetto di un guerriero o di un combattente e forse per questo la gente si sentiva libera di rispondermi”.

“In Bosnia – ha detto – per la prima volta ho visto qualcuno morire davanti a me e in quel momento ho pensato se io fossi riuscito a portare a casa la pelle. Gli spari si sentivano incessantemente e quando sei sotto il fuoco amico dei cecchini non puoi dare una mano d’aiuto a chi è in difficoltà. Lì ho conosciuto il fenomeno degli stupri sistematici, ho intervistato delle donne che avevo subito questa violenza. Fenomeno che ho ritrovato qualche anno dopo in Congo”.

Per il suo lavoro in Bosnia, Anghel ha ricevuto il premio Sokolov, l’equivalente israeliano del premio Pulitzer. Tra gli altri riconoscimenti, negli ultimi 5 anni ha vinto per quattro volte il premio per il ‘Miglior Documentario televisivo’ e nel 2009 il ‘Cutting Edge Award’ all’International Media Award di Londra.

La sfida più difficile per Anghel nelle zone di guerra è non far scoprire di essere israeliano e fino ad oggi è riuscito a centrare l’obiettivo.

“Sono nato negli Stati Uniti – ha raccontato – e anche se ho sempre vissuto in Israele ho il passaporto americano che uso quando vado nei posti di guerra. Inoltre i questi territori mi presento con il nome di un mio nonno che non era ebreo. In Iraq e Siria ho lavorato sia con i curdi che con gli sciiti legati a Iran e Hezbollah e mi chiedevano da dove venivo. Rispetto alle domande personali su chi sono e da dove vengo, preferisco il fuoco e la guerra”.

“In questi contesti – ha proseguito – ho notato che essere ebreo andava bene, è invece un problema essere israeliano. Israele per questi popoli è come satana”.

“Però mi sono accorto – ha evidenziato – che quando ho rivelato a qualcuno che sono ebreo, questa persona ha capito che gli stavo confidando qualcosa di me e ha avuto più fiducia in me, si è aperta di più”.

Subito dopo il catastrofico terremoto che ha distrutto Haiti nel 2010, il giornalista israeliano è arrivato sul posto per raccontare dal vivo cosa stava accadendo. Lo scenario che si è trovato davanti era sconvolgente:

“C’è una cosa che in Tv non si può sentire – ha precisato – ed è l’odore dei morti, come è successo per Haiti. Per molti giorni è stato impossibile respirare. Sono riuscito a mangiare la carne dopo un mese che ero lì, perché ogni volta che sentivo l’odore della carne mi veniva in mente l’immagine dei morti che avevo visto”.

Alla domanda del direttore de La Stampa se in zone di guerra come giornalista dà delle regole a se stesso, Anghel ha risposto:

“È difficile dirlo. Non c’è una regola, mi baso sull’istinto e non lavoro secondo una logica. In certi momenti non penso a chi sono, dove mi trovo, non penso ai colleghi giornalisti morti altrimenti mi viene un infarto. Penso solo a lavorare. Aggiungo che preferisco lavorare con colleghi coraggiosi ma non pazzi. Guardo sempre gli occhi delle persone e poi decido se fidarmi oppure no, se lavorare con loro oppure no”.

La domanda di Molinari che ha chiuso l’incontro a due voci è stata: “Quale consiglio ti senti di dare ai giovani che vogliono andare in zone di guerra?”

“Non posso dare consigli – ha precisato il giornalista israeliano – perché è una responsabilità dire a qualcuno di andare in un posto di guerra”.

“In zone di guerra – ha confessato – ho paura, ma per me la regola più importante è non mostrare di avere paura, questo perché se gli altri si accorgono che hai paura iniziano a pensare che nascondi qualcosa. Ad esempio una volta ero in Pakistan e un musulmano davanti a me ha bruciato una bandiera israeliana, io mi sono mostrato tranquillo come se non ci fosse nessun problema. Dovevo recitare per salvarmi e l’ho fatto. Così come a Mosul alcuni amici mi hanno detto che dovevo fumare perché solo gli appartenenti all’Isis non fumano e io che non fumo ho preso una sigaretta e ho fumato”.

Il panel si è concluso con la proiezione del documentario di Itai Anghel dal titolo “Invisible in Mosul” – vincitore del Premio ‘Miglior documentario israeliano 2017’ – in cui racconta sul campo e in prima linea la guerra in Iraq. È l’unico giornalista israeliano che, senza rivelare la sua identità, si è unito ai corpi speciali dell’esercito iracheno che avanzano verso Mosul sotto il fuoco nemico dell’ISIS.

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