Il ricordo di Leonard Cohen ad un anno dalla sua scomparsa

Emanuel Segre Amar
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Cultura

Il ricordo di Leonard Cohen ad un anno dalla sua scomparsa

Cultura
Emanuel Segre Amar

I’ve seen the future, baby, It is murder” scriveva nel 1992 Leonard Cohen, morto a Los Angeles il 7 novembre 2016.

Nato a Montreal da padre polacco e da madre lituana, a sua volta figlia di uno scrittore talmudico, Cohen sentì profondamente, e per tutta la vita, la propria appartenenza al mondo ebraico. Anche durante il periodo in cui si avvicinò al buddismo, fino a vivere per molti anni in un monastero buddista in California, non si allontanò mai dall’ebraismo. Diceva: “Non sto cercando una nuova religione. Sono molto felice con la vecchia”. E anche in quel periodo continuò a rispettare il sabato.

Cohen iniziò giovanissimo a scrivere poesie e il critico Robert Weaver ritenne che Leonard fosse probabilmente il migliore giovane poeta contemporaneo del Canada anglofono. Dopo aver pubblicato anche un romanzo di successo, The favorite game, nel 1963, pubblicato in Italia da Longanesi nel 1975 e poi da Fazi nel 2002, e il successivo Beautiful losers, nel 1965, romanzo che almeno inizialmente non incontrò i favori della critica ed ebbe vendite deludenti, Cohen passò al mondo musicale e nel 1967, a 33 anni, pubblicò il suo primo disco, Songs of Leonard Cohen.

Si trattò di un album dove l’autore si impegnò nella scrittura sia della musica che dei testi, ma solo due anni più tardi, nel 1969, con l’album Songs from the Room raggiunse il successo anche negli USA e in Gran Bretagna sull’onda del quale, nel 1970, tenne i suoi primi concerti negli USA, in Canada, in Europa e, nel 1972, in Israele.

In Israele ritornerà nel 1973, durante la guerra del Kippur, per esibirsi di fronte ai soldati israeliani persino nel bel mezzo del deserto del Sinai. There Is a War sarà direttamente ispirata dal suo pellegrinare nel Sinai devastato dai bombardamenti e per tutta la vita mantenne contatti personali con alcuni soldati che conobbe durante questa guerra.

Fu probabilmente Suzanne, del 1966, la canzone che ne decretò il successo internazionale, ma Halleluja, poco compresa alla sua uscita a causa dei riferimenti biblici al re Davide, a Betsabea ed a Sansone, divenne la canzone di maggior successo.

Con The Future, del 1992, si aggiudica il disco di platino in Canada e d’argento in Inghilterra; la canzone però non venne forse mai trasmessa dalle radio statunitensi a causa di alcuni passaggio ritenuti troppo osé.

Vale comunque la pena rileggerne alcuni versi, forse drammaticamente profetici, in cui elenca alcune delle peggiori cose del passato che portarono morte, ma che sarebbero forse meglio di ciò che egli vedeva nel futuro:


Things are going to slide, slide in all directions
Won’t be nothing
Nothing you can measure anymore
The blizzard, the blizzard of the world
Has crossed the threshold and it has overturned
The order of the soul
When they said repent repent
I wonder what they meant
….
You don’t know me from the wind
You never did, you never will,
I’m the little Jew
Who wrote the Bible.
I’ve seen the nations rise and fall
I’ve heard their stories, heard them all
But love’s the only engine of survival
Your servant here, he has been told
To say it clear, to say it cold
It’s over, it ain’t going
Any further.
And now the wheels of heaven stop
You feel the devil’s riding crop
Get ready for the future
It is murder

Give me back the Berlin wall
Give me Stalin and St. Paul
Give me Christ
Or give me Hiroshima
Destroy another fetus now
We don’t like children anyhow
I’ve seen the future, baby
It is murder
….

Ricordiamo, tra le tante, la canzone Who by Fire, ovviamente ispirata dalla famosissima composizione, Untané Tokef, che si recita nelle preghiere di Rosh HaShanah e Kippur, le più importanti festività del calendario ebraico.

Composizione solenne con melodie struggenti, molto sentita nel mondo ashkenazita perché riferita ai massacri di Magonza quando decine di migliaia di ebrei vennero trucidati, spesso bruciati vivi nelle sinagoghe, dai crociati in partenza per Gerusalemme.

Il suo ultimo album, You Want it Darker è probabilmente il più celebre e può essere considerato il suo testamento musicale.

Cohen si sentiva profondamente ebreo (in gioventù studiò a lungo la Bibbia, il Talmud e i precetti della religione ebraica). Non è quindi un caso se cantò questo brano nella Sinagoga di Montreal accompagnato dal coro.

Il cantante israeliano Matti Casoi, che lo frequentò, racconta che

“si sentiva ebreo, e viveva il suo ebraismo alla sua maniera, fuori dai sentieri battuti. A lui non piaceva affrontare in pubblico queste tematiche perché il suo giudaismo faceva parte della sua intimità. Per questo ha sempre rifiutato di farne un argomento di pubblicità o un soggetto di dibattito”.

Il Canada gli concesse la più alta onorificenza, l’Ordine del Canada, e nel 2011 ricevette il Premio Principe delle Asturie per la letteratura, a dimostrazione della sua mente poliedrica.

Cohen ebbe due figli, Adam, anche lui cantautore, e Lorca. I due, purtroppo, non hanno saputo cogliere lo spirito che animò il loro padre per tutta la sua esistenza e, a dimostrazione di ciò, hanno invitato a cantare Elvis Costello al concerto che si terrà in sua memoria.

Questa scelta è molto discutibile visto che Costello nel 2010, quando Cohen era ancora attivo sulle scene, cancellò due concerti che avrebbe dovuto tenere in Israele. Costello motivò la sua decisione in questo modo:

“There are occasions when merely having your name added to a concert schedule may be interpreted as a political act that resonates more than anything that might be sung and it may be assumed that one has no mind for the suffering of the innocent. “I must believe that the audience for the coming concerts would have contained many people who question the policies of their government on settlement and deplore conditions that visit intimidation, humiliation or much worse on Palestinian civilians in the name of national security.

I am also keenly aware of the sensitivity of these themes in the wake of so many despicable acts of violence perpetrated in the name of liberation.

It is a matter of instinct and conscience.

I cannot imagine receiving another invitation to perform in Israel, which is a matter of regret, but I can imagine a better time when I would not be writing this.

With the hope for peace and understanding.

Elvis Costello.”

Appunto, proprio per “una questione d’istinto e di coscienza”, come dice Costello, se io fossi stato un figlio del grande Leonardo Cohen non avrei invitato un membro attivo del BDS.

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