Nostra Signora dei kalashnikov e dei dirottamenti: l’invito italiano a Leila Khaled

Gli inviti in Italia ad una terrorista palestinese mai pentita mostrano la vera faccia dei propal

Niram Ferretti
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Terrorismo

Nostra Signora dei kalashnikov e dei dirottamenti: l’invito italiano a Leila Khaled

Gli inviti in Italia ad una terrorista palestinese mai pentita mostrano la vera faccia dei propal

Terrorismo
Niram Ferretti

Nell’agosto del 1969 un volo TWA da Los Angeles a Tel Aviv venne sequestrato da due dirottatori che si erano proclamati “Brigata Che Guevara”. Di uno di essi, Joshua Muravchick scrive nel suo, Making David Into Goliath, How the World Turned Against Israel, “Piccola, attraente e abituata a posare con un Kalashnikov, divenne simile a una icona nel mondo marxista-leninista“. Si trattava di Leila Khaled, esponente all’epoca giovanissima, di una delle tante sigle della galassia terroristica OLP, quel Fronte Popolare per La Liberazione della Palestina (FPLP), che facendo proprie istanze marxiste e neo-rivoluzionarie si caratterizzava per una intransigente opposizione a qualsivoglia dialogo con Israele. Il FPLP, una frattaglia della dispersa Unione Sovietica, da cui dipendeva praticamente totalmente ideologicamente ed economicamente, è oggi una sigla mesta di un passato che fu, e di cui la Khaled porta ancora le sbiadite insegne.

Per i cultori delle realtà parallele e dei mondi virtuali, ovvero i nostalgici della lotta di classe, dell’abbattimento dello stato borghese, dell’abolizione della proprietà privata, del più furente e smodato anticapitalismo e antiamericanismo, la Khaled è una medaglia talismano. Nel loro museo, insieme agli altri feticci, ai busti di Trotzky, di Rosa Luxenburg e Karl Liebknecht, di Lenin, Castro, Che Guevara, Arafat e Ho Chi Min, una nicchia non manca per questa pasionaria della revolucion già membro del Politburo e oggi del BDS. Quando si dice la coerenza.

In realtà, rispetto ai mostri sacri, si tratta, ovviamente, di una figurina marginale, da piccolo presepe terrorista, in cui, come statuina, figurerebbe posta tra i pastori più lontani. Non si può neppure accusarla di ferocia o prodezza particolare, come quando, nel 1970, tentò maldestramente di dirottare un aereo dell’EL AL, a Dawson Field negli Stati Uniti, in compagnia di un nicaraguense sandinista, e venne arrestata per poi venire rilasciata in seguito in uno scambio di prigionieri.

La nostalgia, tuttavia tra gli antisionisti che coltivano struggenti amarcord per la lucha armada , e chiamano il terrorismo “resistenza” all’esistenza, in questo caso di Israele, trasformato oniricamente in una entità tenebrosa simile a Mordor, è forte, terribilmente forte.

Sono tempi quelli di Leila, “combattente per la libertà“, da celebrare. E così capita che la signora, oggi un po’ imbolsita, venga in Italia in visita del cinquantesimo anno del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Perché così avviene. Non ci sono anniversari per ricordare la nascita delle Brigate Rosse o della Rote Armee Fraktion, più nota come Banda Baader Meinhof, ma c’è ne è uno per il FPLP. E’ stata dunque invitata a Roma e a Napoli per ricordare gli anni armati e gioiosi e sentirla profferire parole di speranza. La speranza di sora Leila, è sempre quella, che Israele sparisca dalla scena.

Chissà se a Napoli, dove Luigi De Magistris, noto cultore della “causa palestinese”, e già estensore di un riconoscimento, la cittadinanza onoraria, a Bilal Kayed, membro del FPLP e incarcerato quindici anni, non provvederà a conferirne un’altra.

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