Amin Al Husseini, volonterosa manodopera per Hitler

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Niram Ferretti
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Antisemitismo, Storia

Amin Al Husseini, volonterosa manodopera per Hitler

Il plenipotenziario di Adolf Hitler in Medio Oriente per lo sterminio degli ebrei, sarebbe stato Haj Amin Al Husseni. Nessuno più di lui tra gli arabi aveva manifestato tanto zelo nel manifestare il suo odio antiebraico. Già nel 1929 aveva ispirato un pogrom che si sparse per gran parte della Palestina. Solo a Hebron vennero massacrati più di sessanta ebrei. Alla fine, il computo delle vittime ebraiche fu di 133. Il sionismo centrava poco, essendo state prese di mira le antiche comunità di Safed e Hebron. Le vittime designate erano ebrei in quanto ebrei. Nessuno, all’epoca, in Medio Oriente, godeva per autorità e influenza, (era presidente del Supremo Consiglio Musulmano) della posizione di Amin al Husseni, ed è da questa posizione che egli riuscì con successo a islamizzare il nascente conflitto palestinese.

Per Husseni, come ribadì in un discorso tenuto nel 1943 all’Istituto Islamico di Berlino dopo la sua fuga dalla Palestina, l’inimicizia degli ebrei nei confronti dei musulmani risaliva al sorgere dell’Islam, (concetto recentemente ribadito in un’intervista da Ahmed Al Tayyeb, l’imam che avrebbe dovuto parlare a Montecitorio nel 2015 come esponente dell’Islam“moderato” e poi invitato in Vaticano da Bergoglio nel 2016).

Le asserzioni del Mufti venivano sostanziate dal Corano: “Scoprirai che coloro i quali sono più ostili ai fedeli sono gli ebrei”. Da qui le accuse di veneficio nei confronti dei profeti e di infiniti intrighi. E’ il repertorio classico di infamie che hanno accompagnato e accompagnano gli ebrei da millenni, dai libelli del sangue medievali all’accusa di avvelenare i pozzi per propagare la peste, a quelle raccolti nei Protocolli, (vero e proprio Urtext dell’antisemitismo moderno e contemporaneo) di tramare segretamente per dominare il mondo. Tutto materiale prezioso che ancora oggi viene doviziosamente riproposto nell’ambito della propaganda antisemita di matrice islamica, in modo particolare in Iran, da Hamas e Hezbollah e affiliati vari.

Fu sempre Amin al Husseni a inventare quello che è diventato un topos della propaganda arabo-palestinese, ovvero che i sionisti volessero impossessarsi della Moschea di Al Aqsa. Lo originò nel periodo che va dal 1936 al 1939, durante il quale fu il principale ispiratore di una serie di attacchi terroristici nei confronti degli ebrei. Questo infaticabile antisemita è stato il più autorevole islamizzatore dell’antisionismo che l’epoca moderna abbia conosciuto. Nella sua prospettiva il sionismo non era altro che il naturale proseguimento predatorio del desiderio ebraico di impadronirsi del mondo, e lo sbocco inevitabile, fatalmente predisposto, dell’eterna ostilità giudaica nei confronti dell’Islam.

Fino all’ultimo, quando insignì il Fratello Musulmano Yasser Arafat della sua eredità spirituale, restò sempre fedele a questo assunto. Arafat cercò di fare del suo meglio per rispettare la consegna.

Il 20 ottobre del 2015, a Gerusalemme, durante il Congresso Mondiale del Sionismo, Benjamin Netanyahu riportò alla ribalta la figura di Amin al-Husseini collegandolo all’ondata di violenza che stava affliggendo Israele in quel momento. Il collegamento fu storicamente impeccabile. Non si possono adeguatamente contestualizzare le esortazioni di Abu Mazen fatte nel 2015 a versare il “sangue puro” dei martiri per impedire agli ebrei di dissacrare il Monte del Tempio, se non facendole risalire alla pestilenziale e incessante propaganda messa in atto dal Mufti dalla fine degli anni ‘20 a tutto il periodo della Seconda Guerra Mondiale.

C’è una filiazione diretta tra l’incitamento ad uccidere gli israeliani durante la cosiddetta “Intifada dei coltelli”, l’accusa di volere modificare lo statuto che regola la proibizione per gli ebrei di pregare sul Monte del Tempio, e quello che Amin al Husseini predicava all’epoca. I suoi successori, da Yasser Arafat ad Abu Mazen non sono altro che suoi fedeli legatari.

L’unico errore di Netanyahu durante il suo discorso fu quello di affermare che fu Amin al Husseni ad ispirare Hitler per la Soluzione Finale, ma questo strafalcione storico, sul quale tutti i suoi critici si concentrarono, nulla toglie al legame che univa la violenza di quelle settimane alla predicazione antisemita del Mufti.

Il sionismo, l’”occupazione”, sono solo dei pretesti, vere e proprie maschere trasparenti che nascondono la matrice di un odio molto più virulento e profondo radicato in un terreno religioso. Questo deve emergere dalle parole che furono pronunciate da Netanyahu, non l’errore storico di avere attribuito al Mufti un ruolo che in realtà in Europa non ebbe. Questo ruolo di co-architetto di un’altra Soluzione Finale, quella mediorientale, il Mufti, lo avrebbe senz’altro avuto se i nazisti avessero vinto ad Al Alamein.

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